Accade così che la realizzazione di un’opera popolare e rischiosa come la Lucia riesca non soltanto attendibile ma anche per certi aspetti eccellente; per esempio nel calibrato dosaggio di necessaria spettacolarità vocale, quale emerge in numerosi punti nevralgici della partitura, e complessiva tenuta espressiva, dal lato sia drammaturgico che musicale. Il merito di questa riuscita va in primo luogo a Bruno Bartoletti, direttore che all’esperienza di una lunga familiarità con il teatro d’opera sa unire una tensione capace di sostenere l’arco drammatico da cima a fondo, sottolineandone le svolte e gli stacchi decisivi. Pur dando spazio adeguato ai cantanti nei momenti più scopertamente protagonistici (Bartoletti conosce a fondo la storia dell’opera e le convenzioni, e perciò non ne è schiavo), il direttore prepara e conclude questi episodi con nitidezza di contorni magistrale; sfondi e primi piani si amalgamano in modo organico, con punte di particolare chiarezza ed efficacia espressiva nei concertati e nelle scene d’assieme (valga per tutti il Finale del secondo atto, nel quale la concitazione via via crescente si cala in un ordito formale di proporzioni classiche, memore della lezione rossiniana). Del tutto vincente appare così la scelta di presentare Lucia in versione integrale, riaprendo i tagli tradizionali; cosa che se non regala gemme di particolare bellezza, rende però giustizia, anche sotto l’aspetto drammaturgico, all’equilibrio originario della partitura.
Sotto la guida sicura e flessibile di Bartoletti i cantanti hanno modo di giocare la loro partita a carte scoperte. Che Luciana Serra sia una Lucia importante, all’altezza del suo compito non propriamente elementare, è fatto ormai risaputo; proprio per le doti oggettive, non comuni, di questa cantante, dispiacciono in lei, più ancora che certi difetti d’intonazione – forse contingenti – quei residui d’enfasi non controllata, anche sul piano scenico, che sbilanciano l’insieme dell’interpretazione: un’interpretazione che rimane comunque di altissimo livello. Un sicuro e svettante Edgardo è stato Ottavio Garaventa, mentre Angelo Romero conferisce credibilità e misura a un ruolo, quello di Enrico, non specialmente suo, e Paolo Washington delinea il personaggio di Raimondo con la austera nobiltà che si conviene. A posto, cioè bene, il resto della compagnia: Vincenzo La Scola (Arturo), Adelisa Tabiadon (Alisa) e Giancarlo Turati (Normanno).
Nei limiti angusti di un palcoscenico infelice, e con mezzi tecnici di fortuna, Gianfranco De Bosio ha allestito uno spettacolo di solida professionalità, scorrevole e in funzione della musica, che ha dato cordialmente al pubblico tutto quanto nella Lucia è essenziale: costumi d’epoca, spade e pugnali, squarci (dipinti) di castelli, saloni e rovine. E il pubblico c’è stato, calorosissimamente. Assai confortante la prestazione del coro, e perfino buona quella dell’orchestra, nonostante alcuni incidenti di percorso, prontamente, quasi affettuosamente rimediati da Bartoletti. Insomma, quando Genova riavrà il suo Carlo Felice, saprà chi metterci dentro a lavorare, e per chi lavorare: per dimostrare che, almeno fino a nuovo avviso, fra gli enti lirici autonomi c’è anche lei, e non indegnamente.
Musica Viva, n. 12 – anno VII